“Gli animali in archeologia: l’importanza degli animali dall’età preistorica a quella romana”, di Carmen Cannizzaro

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a cura di Carmen Cannizzaro

Gli animali nell’iconografia antica e nella storia dell’arte hanno da sempre avuto un ruolo di rilevante importanza. Se volessimo ricercarne le origini, basterebbe ricollegarsi alle prime forme artistiche ad opera dell’uomo: le pitture rupestri per esempio, databili a partire dal Paleolitico, visibili sulle pareti di diverse grotte sparse in tutto il mondo. Animali di tutte le specie come bisonti, mammuth, orsi, cervi, renne e cavalli furono spesso raffigurati, incisi o dipinti con coloranti naturali quali l’ocra e l’ematite, singolarmente o in branco, a formare scene di caccia.

Nel Gravettiano, circa 29.000-20.000 anni fa, tra i cacciatori-raccoglitori si sviluppò inoltre il culto degli animali, come conseguenza dello stretto contatto con gli animali oggetto di caccia. Queste credenze animiste si configuravano nella tendenza di considerare gli animali come protettori o difensori e, a partire dal Paleolitico superiore, venivano frequentemente effettuati sacrifici all’interno delle grotte, allineando le ossa degli animali come atto propiziatorio per la caccia. Nel paleolitico finale è, inoltre, accertata l’esistenza di riti che prevedevano l’utilizzo di maschere da parte di maghi, rappresentanti animali che intendevano cacciare (Lovato & Zengiaro, 2017). Un luogo oramai soprannominato “la Cappella Sistina del Paleolitico”, ovvero la Grotta di Lascaux, nella regione della Dordogna, in Francia, testimonia l’esistenza di riti propiziatori simili in Europa. Essa è caratterizzata dalla presenza di numerose raffigurazioni di animali (cavalli, buoi, vacche, vitelli, cervi, stambecchi…), realizzate attraverso l’ausilio di colori di origine naturale, quali l’ocra rossa e gialla (Fig.1). La Grotta fu scoperta il 12 settembre 1940 da parte di quattro ragazzi e un cane che, calatisi in una buca formata nel terreno a seguito della caduta di un pino, si ritrovarono di fronte a meravigliose rappresentazioni di tori, di cervi, di vacche e di numerosi animali che osservarono con stupore e meraviglia, alla luce delle loro tremolanti lampade (Mammini, 2008). Essa risulta essere così importante in quanto, in un arco cronologico relativamente breve, sono state prodotte una grande quantità di figure: nella Sala dei Tori, detta anche la Rotonda, ad esempio, si sviluppa una sequenza di figure animali per circa 25 m, su entrambi i lati dell’apertura che immette nel Diverticolo Assiale. Le indagini archeologiche hanno permesso di confermare che la grotta non fu mai abitata, ma solo frequentata per eseguire le opere d’arte parietali e per compire i riti che dovevano essere in relazione con esse.

Interessanti informazioni sono state fornite a seguito della scoperta del sito di Gobekli Tepe, che ha restituito il primo complesso templare dell’umanità (Fig.2). Nel suo libro “Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi”, lo scopritore del sito, Klaus Schmidt, racconta il momento della scoperta e il suo primo impatto con la misteriosa collina di Sanliurfa, nella Turchia orientale, e con i successivi eccezionali ritrovamenti, analizzando, successivamente, la struttura dell’insediamento neolitico e tentando in interpretare il significato dei pilatri a T disposti a cerchio, costituiti da incredibili bassorilievi naturalistici e simboli di animali selvatici ancora da decifrare, quali serpenti, volpi, orsi, leoni, scimmie, pecore (Fig.3).Il manuale dell’autore vuole esaltare, inoltre, per mezzo della scoperta del sito, il graduale passaggio da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori sedentari. Le scoperte archeologiche hanno inoltre permesso di ipotizzare l’importanza rituale del sito. Gli animali presenti nei pilastri erano visibili solamente dalle persone che si trovavano all’interno del cerchio e, dunque, nell’area circondata dagli stessi. La discussione basata sul significato delle raffigurazioni naturalistiche ha portato alla conclusione che indica la presenza di eventuali riti legati ad essi: emblemi totemici, che singolarmente o combinati tra loro, potevano formare schemi che ancora oggi non siamo in grado di comprendere; luoghi idonei ad effettuare incontri spirituali; riti legati al passaggio dell’età adulta; pratiche funerarie o di iniziazione alla caccia (Peters & Schmidt, 2014). Nonostante molte cose siano ancora oggi da decifrare, il sito di Gobekli Tepe è testimonianza materiale di una cultura nata circa 12000 anni fa, che si manifestava, verosimilmente, attraverso il forte legame tra uomini e natura.

La presenza di animali è inoltre fortemente percettibile nella mitologia antica. Tra le divinità egizie, alcune avevano sembianze parzialmente o totalmente animali: Anubi, il dio delle mummie che conduceva le anime nell’oltretomba, aveva il corpo umano e il volto di sciacallo, animale necrofago che, secondo antiche credenze, infestava i cimiteri; Nut, la dea del cielo, veniva a volte raffigurata nei panni di una scrofa che i divorava i suoi piccoli, messa in relazione alla scomparsa delle stelle allo giungere dell’alba (Nut che mangia le stelle); Am-Akhu, dio-serpente dell’oltretomba, che emerge tra i combattenti che difendono il dio-sole dagli attacchi delle forze del Male: il suo ruolo è chiarito dalle parole di un testo sacro, che rivela “Ciò che Egli fa nell’Aldilà è inghiottire le ombre e divorare gli spiriti dei nemici e gettarli nell’Aldilà” (Dall’Agnola, 2010) . Tuttavia, la figura serpentiforme compare nelle culture e nelle credenze di quasi tutti i popoli della storia, non necessariamente indicante negatività (simbolo del male per antonomasia). Spesso è emblema di fertilità e rinascita (a causa del suo cambio della pelle) o di intelligenza e ingegnosità, chiamata “prudenza” nel Vangelo (Matteo, 10, 16). Divinità animali o comunque zoomorfe sono presenti anche nelle culture del Vicino Oriente antico: il demone Pazuzu, ad esempio, (neoassiro, IX-VIII secolo a.C.), era un essere dall’aspetto ibrido: corpo di uomo, testa di drago, serpente, cane o felino; ali e zampe da rapace e coda di scorpione. L’arte assira del I millennio ha lasciato molte tracce relazionabili al culto di questa divinità degli Inferi, da bronzetti a statuine in terracotta o steatite (Fossi, 2018).

Di rilevante interesse è anche la capacità delle divinità del mondo antico di manifestarsi nelle sembianze animali. Il caso più celebre, nei miti greci, è la trasformazione in animali del dio Zeus, allo scopo di effettuare conquiste amorose sulla Terra: si trasformò in un bellissimo toro bianco per avvicinarsi ad Europa, principessa fenicia figlia di Agenore e Telefassa. Ella, per nulla intimorita dal toro, salì sul suo dorso e fu così rapida dallo stesso che, attraversando il mare la trasportò a Cnosso, sull’isola di Creta; mutò in un cigno, come racconta Ovidio, per conquistare, con il suo lungo collo, Leda, la bellissima regina di Sparta, madre di Elena (cui bellezza scatenò la guerra di Troia). Mentre Leda dormiva tra le sponde di un lago, il candido cigno iniziò, con il suo lungo collo, ad accarezzarle il viso, i capelli e le braccia. Al suo risveglio, Zeus si palesò, preannunciandole che dal loro amore sarebbero nati due gemelli, i Diòscuri: Càstore, gran domatore di cavalli, e Pollùce, invincibile pugile (il racconto mitologico fu ripreso anche durante l’età rinascimentale e medievale, e oggetto di meravigliose rappresentazioni pittoriche, come testimoniano autori quali Leonardo da Vinci, Correggio e Paul Cezanne).

Sulla base delle tracce materiali fino a noi pervenute, si può facilmente intuire come le raffigurazioni degli animali, ad un certo punto, non riguardassero più esclusivamente scene di caccia o entità divine e che non avessero, dunque, solo significato rituale, ma iniziassero ad assumere uno scopo prettamente decorativo. Pompei, per esempio, che ha restituito un’immensa quantità di resti archeologici (addirittura una città intera!), è in grado di fornirci numerose informazioni sullo stile di vita del tempo e sulla vita quotidiana degli antichi romani (ricordiamo che la città fu sommersa da ceneri e lapilli, a seguito dell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.). La presenza di raffigurazioni animali all’interno delle domus è risonante. Una di essa, oramai divenuta famosa poiché è stata recentemente oggetto di scavi archeologici, è la Domus dei delfini nella Regio VII, ricca di affreschi dai colori vivaci e brillanti, in cui, oltre agli animali da cui prende il nome, emergono un pavone, un pappagallo, una pernice, animali fantastici e molti altri (Rinaldi Tufi, 2018).

Tra le domus pompeiane, ricordiamo anche quella del Poeta tragico che non rientra sicuramente tra le più sfarzose. Al contrario, la domus dalle dimensioni parecchio umili, ospita, tuttavia, uno dei mosaici ormai più celebri (Fig.4): nell’atrio, ecco affermarsi, con l’avvertimento “Cave Canem”, la raffigurazione di un cane nero, ringhioso e in catene, in grado di avvertire il visitatore che dal triclinum potesse spuntare l’animale domestico da un momento all’altro (CAVE CANEM!: La casa del poeta tragico a Pompei, s.d.). Un altro mosaico degno di nota è quello proveniente dalla Casa del fauno: Gatto che ruba in una dispensa (Fig.5), così preciso nei particolari, che fa emergere dettagli incredibilmente minuziosi. Ricordiamo, inoltre, che con il passaggio al “quarto stile pompeiano”, l’ultimo e in voga al momento dell’eruzione, si sovrappongono affreschi dai temi mitologici e naturalistici. Si rifà, infatti, all’uso di inviare nelle stanze degli ospiti prodotti ricavati dall’allevamento e dall’agricoltura, quali pesci, uccelli, uova, frutta e verdure. Ecco perché, questi temi compaiono spesso, non solo nelle pitture parietali ma persino nei mosaici. Dunque, anche negli spazi interni, si introducono giardini, ricchi di elementi architettonici e decorativi, che rimandano al piacere della vita di campagna e alla fruizione dell’otium. Oltre ad elementi artificiali e ruscelli artificiali, si rilevano spesso decorazioni pittoriche di uccelli, con il tentativo di restituire alla mente il loro canto e la loro presenza. Pompei, che dal momento della scoperta, offre continue informazioni sullo stile di vita del tempo e soprattutto sulla vita quotidiana dei cittadini romani, ci restituisce il piacere di osservare meravigliose decorazioni che testimoniano il grande interesse di questi uomini, di osservare, di ammirare il bello e di apprezzare le bellezze faunistiche e naturalistiche tipiche della campagna, che giungeva in ausilio per potersi dedicare all’otium, e dunque alla contemplazione e alla ricerca.

Possiamo dunque concludere, affermando che gli animali, nella vita così come nell’arte, hanno da sempre accompagnato l’uomo, catturandone interesse e ammirazione.

 

Bibliografia:
CAVE CANEM!: La casa del poeta tragico a Pompei. (s.d.). Tratto da Pompei Italy: www.pompeiitaly.org
M. Dall’Agnola, Mitologia e dèi dell’Antico Egitto, 2010
G. Fossi, Mesopotamia. Sumeri, Assiri, Babilonesi, in Le antiche civiltà. Storia Arte Archeologia, 6, 2018, p. 122
F. Lovato & N. Zengiaro, A caccia dei nostri animali totem, in Animal studies. Rivista italiana di antispecismo (18), 2018, pp. 37-50
J. Peters & K. Schmidt, Animals in the symbolic world of Pre-Pottery Neolithic Göbekli Tepe, south-eastern Turkey: a preliminary assessment, in Anthropozoologica 39 (1) , 2014, pp. 179-218
S. Rinaldi Tufi, Pompei. La vita quotidiana, in Le antiche civiltà. Storia Arte Archeologia, 2018

Inoltre:
“Visite culturali con il nostro amico a quattro zampe: decalogo e info necessarie” a cura di OsservArcheologiA

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